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Il catanzarese Cognetti: “Alleanza tra media e medici, il tumore non è più incurabile”      
  24 luglio 2014
 


ROMA. Stringere un “patto” tra media, medici, istituzioni e pazienti per fare corretta informazione sul cancro, senza “sensazionalismi” ma anche liberandosi da pregiudizi e clichè a partire dalla definizione, ancora utilizzata da alcuni, dei tumori come “male incurabile”. È la proposta, e la sfida, lanciata dall’oncologo Francesco Cognetti, presidente della Fondazione “Insieme contro il cancro”, in occasione della presentazione del libro “Il male (in)curabile. I progressi nella lotta contro il cancro e il nuovo ruolo della comunicazione”. “In 40 anni - afferma Cognetti - le guarigioni sono raddoppiate: oggi, infatti, il 60% dei pazienti sconfigge la malattia, mentre nel 1970 erano solo il 30%. Queste persone vogliono tornare a un’esistenza normale e la comunicazione deve dedicare maggiore spazio alle loro esigenze”. Dunque, prosegue l’oncologo, “sta cambiando la percezione della patologia da parte dei cittadini, ma avvertiamo, anche nei media, la tendenza a definirla ancora con espressioni fuorvianti e allarmistiche dovute a ignoranza. Oggi non si può più parlare di “male incurabile””. Da qui la richiesta ai direttori delle testate giornalistiche di assumere un impegno preciso: cancellare tale espressione dalle loro testate perché, rileva l’esperto, “sappiamo che che un’informazione corretta può rappresentare la prima medicina”. Una sfida raccolta dai direttori che, in 15 interviste contenute nel libro (accanto a testimonianze di pazienti “noti”, cifre e informazioni sulla malattia ed i progressi nelle cure) confermano l’importanza ed il ruolo anche “etico” che l’informazione deve avere in questo ambito. “Noi che abbiamo combattuto il cancro - sottolinea l’avvocato Elisabetta Iannelli, segretario della Fondazione, colpita dalla malattia in passato - rivendichiamo il diritto a riprenderci la vita: chiediamo una corretta informazione e il rispetto di diritti impensabili fino a pochi anni fa, come diventare genitori o tornare al lavoro, lontano - conclude - da ogni discriminazione”.

 
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